Le Donne nello Sport

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Donne, Atlete, Sportive

In questi giorni sta andando virale sui social la pubblicità di un sito di scommesse sportive con un’attrice molto bella che utilizza il proprio corpo per “vendere lo sport”. Chapeau al team marketing., perché, diciamocelo, sia attraverso la pubblicità sia attraverso la controversia che ne è nata, sono riusciti nel loro intento: attirare l’attenzione, far parlare del prodotto, diventare virali. Marketing riuscito!

Ma forse, proprio mentre scorriamo quel video e ci chiediamo se sia giusto o sbagliato utilizzare il corpo di una donna per vendere qualcosa che con lo sport ha un rapporto quantomeno discutibile, sarebbe interessante fermarsi un attimo e spostare lo sguardo: non più sul corpo di quella donna, ma sulla donna nello sport.

Io, in quanto donna, in quanto sportiva, personal trainer che si occupa anche di allenamento al femminile e allenatrice che lavora quotidianamente con ragazze e ragazzi, vorrei semplicemente provare a parlare di questo: del rapporto, non sempre facile, tra le donne e lo sport.

Perché lo sport, per le donne, è stato prima di tutto una conquista e forse ce ne dimentichiamo.

Per molto tempo lo sport è stato considerato un territorio prevalentemente maschile, e ancora oggi, nonostante siano cambiate moltissime cose, la presenza delle donne non sempre viene raccontata, riconosciuta e valorizzata allo stesso modo.

Basta guardare quello che succede nel mondo professionistico. Nel calcio, per esempio, conosciamo perfettamente i nomi dei giocatori di Serie A, le loro statistiche, i loro stipendi, le loro vite private, le loro fidanzate, le loro automobili.

Delle calciatrici spesso non sappiamo nemmeno il nome e non è soltanto una questione di popolarità. È una questione di visibilità, perché ciò che non vediamo, difficilmente impariamo a conoscerlo e ciò che non conosciamo, difficilmente impariamo a considerarlo importante.

Fortunatamente qualcosa sta cambiando

Le donne nello sport sono sempre più visibili, le competizioni femminili stanno conquistando pubblico, sponsor e attenzione mediatica.

Ma forse il punto non è soltanto arrivare ad avere più donne nello sport, é  capire come le raccontiamo.

Perché anche quando finalmente una donna entra nello sport, spesso il suo corpo diventa il protagonista prima ancora della sua prestazione: é bella,  sensuale, é elegante, é muscolosa, é troppo muscolosa, é femminile, non è abbastanza femminile.

È incredibile quanto spesso il corpo di una donna riesca a diventare argomento di discussione prima ancora di ciò che quel corpo è capace di fare, e questo vale anche fuori dal professionismo.

Io, che lavoro nel mondo dello sport ormai da qualche anno, ho scelto di non lavorare più in ambiente di palestra. Non perché la palestra sia un luogo sbagliato, ma perché, nelle palestre in cui ho lavorato, mi sono spesso sentita a disagio, giudicata, a volte osservata più come donna che come professionista.

Mi è capitato di percepire che la mia figura professionale non venisse considerata allo stesso livello di quella dei miei colleghi uomini: battutine, commenti, atteggiamenti, piccole cose, apparentemente, ma sono proprio le piccole cose che, sommate, costruiscono un ambiente non piacevole in cui stare.

E allora mi sono chiesta: quanto spazio diamo davvero alle donne nello sport?

E soprattutto, quanto spazio concediamo loro di essere semplicemente professioniste? Allenatrici, preparatrici atletiche, fisioterapiste, dirigenti, arbitre, atlete…

Senza dover dimostrare continuamente di meritarsi quel posto.

atlete e donne

Il corpo della donna nello Sport

Il corpo della donna nello sport è qualcosa di meravigliosamente complesso, ma anche terribilmente poco compreso.

Una ragazza può passare dall’adolescenza all’età adulta attraversando trasformazioni fisiche, ormonali e psicologiche che inevitabilmente possono entrare in relazione con il modo in cui vive l’allenamento. Il ciclo mestruale, il dolore, la fatica, la percezione del proprio corpo, il rapporto con il peso, l’alimentazione, la gravidanza, il post gravidanza, la perimenopausa, la menopausa.

Tutte fasi della vita che per troppo tempo sono state considerate quasi un problema da nascondere, anziché una parte normale della fisiologia femminile da conoscere.

E attenzione: non significa che ogni donna debba allenarsi in maniera diversa semplicemente perché è donna.

Non significa nemmeno che il ciclo mestruale renda automaticamente una donna meno performante, anzi, la ricerca ci dice che le risposte sono molto individuali e che abbiamo ancora bisogno di molti più dati specifici sulle atlete.

Il problema, forse, è proprio questo. Per anni abbiamo costruito lo sport prendendo come riferimento un corpo maschile e solo più recentemente abbiamo iniziato a chiederci: ma il corpo femminile?

Nel 2025 il Comitato Olimpico Internazionale ha pubblicato un consenso specifico sulla prevenzione degli infortuni nelle atlete, evidenziando la necessità di creare strategie che tengano conto delle caratteristiche e delle esperienze delle donne e delle ragazze nello sport. Il documento sottolinea inoltre la scarsità di studi costruiti specificamente su atlete donne.

E forse è proprio qui che dobbiamo arrivare. Non a trattare le donne come una categoria fragile, ma a smettere di considerarle semplicemente come piccoli uomini. Perché non lo siamo. E conoscere le differenze non significa creare disuguaglianza, significa creare condizioni migliori per tutti.

Allenare le donne

Penso alle ragazze che alleno, a quelle adolescenti che stanno ancora imparando a conoscere il proprio corpo, a quelle che un giorno arrivano ad allenamento piene di energia e il giorno dopo fanno più fatica.

A quelle che si guardano allo specchio e non riconoscono più il proprio corpo, aquelle che iniziano a confrontarsi con le altre, a quelle che pensano di dover essere più magre, più belle, più forti, più veloci. Penso a quanto sia delicato accompagnarle in questo percorso.

Perché allenare una ragazza non significa soltanto costruire una prestazione, significa anche insegnarle ad abitare il proprio corpo, a rispettarlo, a non considerarlo un nemico, a capire che diventare più forti non significa necessariamente diventare più magre, che avere muscoli non toglie femminilità, che sudare, correre, saltare, sollevare pesi, gareggiare, competere non ci rende meno donne. Anzi, forse ci insegna semplicemente ad esserlo in un modo diverso.

E poi ci sono le donne che diventano madri. Donne che hanno costruito una carriera sportiva e che si trovano improvvisamente davanti a un corpo che cambia. Una gravidanza, un parto, un periodo di recupero, un bambino da crescere. E contemporaneamente il desiderio, magari, di tornare ad allenarsi. Anche qui abbiamo ancora moltissimo da imparare, perché una donna non dovrebbe essere costretta a scegliere tra essere madre ed essere atleta. E allo stesso modo non dovrebbe essere obbligata a dimostrare di poter tornare esattamente quella di prima.

Forse il punto non è tornare indietro, é andare avanti, con un corpo diverso, con una consapevolezza diversa, con una nuova idea di prestazione.

eli atletica

E poi arrivano gli anni

La perimenopausa.

La menopausa.

Un’altra trasformazione.

Cambia il corpo, cambia la percezione di sé, cambiano alcune risposte fisiologiche, e anche qui, per troppo tempo, abbiamo raccontato la menopausa come una fine, come se ad un certo punto il corpo femminile smettesse semplicemente di essere un corpo capace.

Ma non è così, é un’altra fase.

E anche nello sport dovrebbe esserci spazio per attraversarla, comprenderla e viverla e soprattutto attraverso lo spot conoscere meglio il cambiamento che il corpo subisce in questo periodo che ci accomunerà tutte.

Allargare la visuale

E allora, tornando alla pubblicità da cui sono partita, forse la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“È giusto vendere il corpo di una donna per attirare attenzione sullo sport?”

Forse dovremmo allargare ancora un po’ la domanda:

È giusto, più in generale, utilizzare il corpo di un atleta per vendere qualcosa?

Perché sì, la donna è stata e continua ad essere maggiormente esposta a questo tipo di rappresentazione, il suo corpo viene spesso raccontato prima ancora della sua prestazione, giudicato, commentato, trasformato in immagine, ma non siamo poi così lontani da quello che succede anche agli uomini.

Il corpo maschile nello sport viene spesso associato alla forza, alla potenza, alla prestanza fisica, all’idea di un corpo perfetto, scolpito, invincibile, un corpo da guardare, un corpo da desiderare, un corpo da vendere.

Cambiano le forme, cambiano i codici, cambiano forse le proporzioni, ma alla fine il meccanismo può essere lo stesso: prendere un corpo e trasformarlo in un prodotto.

E allora forse il problema non è il corpo. Il corpo è bellissimo, il corpo comunica, racconta, esprime, lavora. Il problema nasce quando smettiamo di vedere la persona che quel corpo lo abita.

Quando l’atleta diventa soltanto una bella immagine, quando la prestazione diventa secondaria rispetto all’apparenza.

Quando una donna viene raccontata prima per il suo aspetto e poi per ciò che sa fare.

Quando un uomo viene raccontato prima per i suoi muscoli, la sua forza, la sua virilità e poi per l’atleta che è.

Forse non abbiamo bisogno di meno corpi, ma abbiamo bisogno di guardarli diversamente, perché dietro ogni corpo che corre, salta, lotta, solleva, resiste, c’è una persona, c’è una storia, c’è fatica, ci sono sacrifici, ci sono sconfitte che nessuno ha visto e vittorie che forse nessuno racconterà.

Allora forse la domanda da farci non è se sia giusto utilizzare un corpo femminile o maschile per attirare l’attenzione, ma quanto siamo disposti a vedere oltre quel corpo.

Perché il corpo dell’atleta può essere immagine, pubblicità, intrattenimento, può perfino diventare un prodotto, ma prima di tutto è lo strumento attraverso cui una persona vive, fatica, sogna, cade e ricomincia. Ed è proprio questa la parte dello sport che dovremmo imparare a raccontare:  la persona che c’è dentro a quel corpo tanto spettacolarizzato

Perché forse, alla fine, non abbiamo bisogno di più corpi da guardare, abbiamo bisogno di più storie da vedere e da cui trarre ispirazione.

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